Gli utenti della salute mentale che camminano si chiamano “guarenti”

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a cura di Dott. Alessandro Coni, psichiatra Dir. CSM Cagliari 1

Realizzare percorsi di cura per persone con una grave malattia mentale che siano orientati non semplicemente alla riduzione della sintomatologia ma soprattutto, che abbiano l’ambizione di favorire lo sviluppo e la realizzazione della propria individualità e di arricchirne l’esistenza di significati, comporta andare con metodo e coraggio alla ricerca di soluzioni originali e non scontate.

Solo una creatività che emerge da un profondo coinvolgimento affettivo, dai movimenti transferali può dare un nuovo corso alla creatività delle persone sommerse dalla sofferenza della malattia mentale. Infatti, in questi casi la creatività, per quanto assai spesso particolarmente spiccata, viene utilizzata per la costruzione di un mondo parallelo nel quale rifugiarsi e che risulta sempre essere una prigione. Allo stesso modo fiducia e passione sono fattori fondamentali per trasformare obiettivi ambiziosi in realtà possibili.

Probabilmente furono questi elementi a dare gambe al progetto di montagnaTerapia che ebbe inizio nel 2006 nell’ambulatorio di Salute Mentale di Villacidro, una cittadina della Sardegna del sud. Al progetto parteciparono una quindicina di giovani che seguivano una terapia di gruppo, tre operatori del centro di salute mentale, alcuni volontari e due genitori. Si partiva tutti i mesi e si trascorrevano tre giorni e due notti sui monti. Si camminava con gli zaini pieni di viveri e, dato che nelle montagne sarde non ci sono rifugi, ci si accampava e si dormiva sotto tendoni, in grotte o in antichi ovili abbandonati.

Prima della cena il gruppo si raccoglieva in cerchio per la terapia di gruppo. Col tempo il gruppo si cimentò in percorsi sempre più impegnativi, perché ci fu un costante miglioramento sia sul piano fisico sia sul versante psichico. Il gruppo acquistò una sua identità e diede vita all’associazione Andalas de Amistade Trekking, che tradotto significa sentieri di amicizia. Il Comune diede una sede, la Caritas fornì un furgone e la ASL investì sul gruppo per realizzare progetti lotta allo stigma. Il camminare dei primi trekking acquisì nuovi significati, infatti non era più solamente per ritrovare se stessi e il coraggio di vivere la vita, ma per dare speranza ad altre persone con disturbi psichiatrici.

Nel 2009 il gruppo partì per il Nepal, dove raggiunse quasi i 5000 metri del campo base dell’Everest e al rientro, con l’aiuto di volontari e familiari, costruì un aereo di dimensioni reali, che fu messo in posa nel giardino del centro di salute mentale e fu puntato idealmente verso la luna. L’anno successivo il gruppo iniziò a scrivere la storia di del proprio percorso di cura, giungendo alla pubblicazione del libro “Non ci scusiamo per il disturbo”, che fu ristampato dopo qualche mese.

È difficile raccontare brevemente una storia lunga ormai quattordici anni, perché si rischia di dare un visione eccessivamente riduttiva e parziale. Penso sia importante soffermarsi sul fatto che quei giovani un tempo rinchiusi nelle camere delle proprie case, oggi partecipano attivamente alla vita della comunità, fanno sentire la propria voce, sono a disposizione dei più fragili. Organizzano da diversi anni trekking per un’associazione di persone con deficit cognitivi, mettono la loro esperienza a disposizione di altri gruppi che iniziano a praticare la montagna come terapia, organizzano manifestazioni.

La notte di Natale invadono gli ospedali portando i doni che nei mesi precedenti hanno costruito con le loro mani, utilizzando materiali acquistati con autofinanziamenti. Oggi i soci dell’associazione non si definiscono più pazienti o utenti ma guarenti, perché non si sentono più persone che soffrono o che lottano per recuperare da una malattia. Sono persone in cammino per sentieri concreti e mentali di guarigione, che cercano di realizzare la propria unicità e che non sono più invase da voci aliene, ma che spesso sono capaci di ascoltare la voce dell’anima. Non sono più persone isolate dal mondo, ma cercano e riescono a vivere in relazione con gli altri, offrendo il proprio contributo alla comunità.




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