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La tutela della Salute Mentale per gli autori di reato

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a cura della dott.ssa Beatrice Gerocarni, psichiatra psicoterapeuta e del dott. Federico Boaron, Direttore U.O. Psichiatria Forense (SSD) presso Azienda USL di Bologna

Tutelare la Salute Mentale in Carcere pare quasi una contraddizione in termini. Tale contraddizione nasce dal voler portare una logica di salute in una istituzione che per sua natura mantiene una funzione punitiva ed afflittiva, per quanto la riforma dell’Ordinamento Penitenziario del 1975 abbia finalmente superato la precedente normativa, risalente agli anni del fascismo, e accolto quanto indicato dall’art. 27 della Costituzione: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”, ponendo al centro la rieducazione ed il recupero sociale del detenuto.

SaluteMentaleCarcere

Nel 2008 la tutela della salute all’interno delle carceri è passata al Servizio Sanitario Nazionale, e sono cambiate le prospettive e le modalità di presa in carico, anche in relazione al paziente con patologia psichica, per quanto permangano ampie variazioni fra le diverse realtà locali.

Per quanto riguarda la tutela della salute mentale il “Comitato Nazionale di Costruzione e Sviluppo del PDTA” nel 2017 ha indicato, per poter disporre di interventi basati su valutazioni multiprofessionali, la necessità di una equipe multidisciplinare, in cui dovrebbero far parte medico psichiatra, infermiere, psicologo e, laddove le caratteristiche del presidio lo richiedano, anche l’educatore, il terapista della riabilitazione psichiatrica, oltre naturalmente ai professionisti dedicati alle Dipendenze Patologiche.

Tuttavia in un ambiente tanto “difficile” come quello delle carceri si è assistito spesso all’impegno professionale di personale precario, spesso privo di competenze specifiche e con elevato rischio di burn-out e conseguentemente turnover elevato. Sappiamo oggi quanto sia importante garantire risorse adeguate, motivate e formate e l’integrazione tra servizi. Per questo motivo l’equipe psichiatrica all’interno del carcere di Bologna fa oggi parte dell’Unità Operativa di Psichiatria Forense, il cui compito specifico è favorire la presa in carico e percorsi di cura adeguati per i pazienti psichiatrici autori di reato. All’interno del carcere, l’assistenza psichiatrica offre un servizio di valutazione e presa in carico dei casi più gravi o complessi, con particolare attenzione nei confronti dei percorsi da e verso l’esterno, per garantire la continuità e la equità di cura delle persone affette da disturbi mentali.

Nel caso di una persona detenuta il primo accesso all’assistenza psichiatrica consiste in una valutazione clinica. È una fase importante e delicata, necessaria ad individuare appena possibile le persone che manifestino sintomi psichiatrici, che abbiano una storia suggestiva di vulnerabilità psicopatologica, o che siano già in carico ai servizi psichiatrici. Infatti la durezza della vita carceraria aumenta il rischio di sofferenza psichica e di scompenso psicopatologico; vi è anche la necessità di evitare brusche sospensioni o inconsapevoli modifiche di terapie psicofarmacologiche già in corso prima dell'ingresso in carcere. Quando vengono diagnosticate patologie psichiatriche di rilievo vengono subito definiti gli operatori che prendono in carico i singoli pazienti, garantendo così una continuità assistenziale personalizzata ed una relazione terapeutica quanto più possibile stabile.

Durante le fasi successive, vale a dire il percorso di cura vero e proprio ed il monitoraggio, gli operatori di riferimento mettono in atto interventi personalizzati sulla base dei bisogni dei singoli pazienti, per monitorarne il benessere ed intercettare con prontezza eventuali momenti critici.

Infine, come ultima fase, la scarcerazione costituisce un momento critico, non solo per l'aspettativa e l'ansia del detenuto di ritornare in libertà -che può essere talmente forte da causare una sensazione di eccitazione, estraniamento e angoscia- ma anche per la necessità di mantenere la continuità di cura e di presa in carico.

Capita talvolta che i sanitari non vengano informati in tempo utile dell'imminente scarcerazione; questo non solo impedisce di raccordarsi con i servizi psichiatrici territoriali per garantire la continuità del trattamento e della presa in carico, ma anche di affrontare quelle problematiche sociali (di tipo economico, lavorativo, abitativo, ecc..) che spesso costituiscono “bisogni criminogenici” ben più rilevanti del disturbo psichico.

Quando all’interno del carcere si manifestano episodi di scompenso psicopatologico grave ci si trova fare i conti con tutti i limiti imposti dal contesto penitenziario, limiti che discendono dal dover tener conto nel medesimo tempo delle necessità di cura e quelle di custodia, e dell’insanabile contraddizione del dovere di dare sollievo al malessere psichico in un luogo che ha nell'afflizione le proprie radici. Si rende dunque a volte necessario il ricovero in ambiente ospedaliero, in SPDC oppure presso la RTI “Arcipelago” (la quale ha alcuni posti letto prioritariamente disponibili per i pazienti psichiatrico-giudiziari). Nel corso del ricovero in ambiente ospedaliero l'equipe psichiatrica forense mantiene i contatti con i curanti e si confronta sulle scelte terapeutiche e sulla progettualità.

Per quanto riguarda i detenuti giudicati seminfermi (ovvero quelle persone che nel momento in cui hanno commesso il reato era in condizione di mente tale da ridurre grandemente, senza escluderla, la capacità d'intendere e di volere) e le persone che hanno manifestato una patologia psichiatrica rilevante ma indipendente dal reato (“sopravvenuta infermità mentale”, spesso esordita dopo la carcerazione) possono essere allocati nelle Articolazioni Tutela Salute Mentale (ATSM). Sono sezioni del carcere a prevalente “gestione sanitaria”, per la cura delle patologie mentali, dove possono essere svolti sia accertamenti diagnostici che trattamenti a medio e lungo termine. Tali strutture hanno teoricamente una competenza territoriale, per favorire la presa in carico da parte dei DSM competenti. Sono però strutture carcerarie, in cui risulta assai difficile mettere in atto interventi riabilitativi e risocializzanti.

Il 2020 è stato un anno particolare e drammaticoLa pandemia ha coinvolto ogni parte della società, ed il carcere in particolare. Ai primi di Marzo dello scorso anno, quando le notizie riguardanti la pandemia da Covid-19 cominciavano a dilagare attraverso i media e si delineava un vero e proprio lockdown, tra i detenuti si respirava una aria di angoscia: era evidente la paura di contrarre il covid-19 in un contesto carcerario caratterizzato da sovraffollamento. Tali giornate, sono state caratterizzate dallo scatenarsi di rivolte in vari istituti su tutto il territorio nazionale. Il giorno 9 Marzo 2020, anche a Bologna i detenuti hanno occupato la Casa Circondariale devastandone alcune sezioni. Se le paure erano per molti versi legittime, la violenza e la distruzione non hanno certo risolto i problemi ma li hanno aggravati e portati di nuovi. Nei giorni successivi, oltre alle difficoltà correlate alla ricostruzione dell’istituto si sono affiancate le difficoltà correlate alla necessità di predisporre l’isolamento e le adeguate misure di prevenzione per la pandemia. Se l’ansia è stata la manifestazione più comune, il clima tanto teso ha di certo contribuito anche ad innescare alcuni episodi di franco scompenso psicotico.

In moltissimi casi poi le ripercussioni si sono sentite per diversi mesi, come disturbi emotivi che non si caratterizzavano come franco disturbo psichiatrico, ma che hanno determinato un accresciuto bisogno di supporto psicologico. Il senso di impotenza e la chiusura, il terrore post-rivolta sono stati solo alcuni degli elementi che hanno comportato una intensificazione degli interventi. Gli operatori, già colpiti duramente dal virus (fra marzo ed aprile del 2020 oltre la metà dei sanitari hanno contratto il coronavirus), lavoravano in un contesto in cui mancavano gli spazi fisici dove poter intervenire (gli ambulatori erano stati distrutti) ed in cui le modalità di valutazione erano influenzate dall’emergenza. I detenuti inoltre avevano letteralmente saccheggiato gli ambulatori, comprese le scorte di farmaci e c’era un forte allarme per il rischio di un pericolosissimo uso improprio. È stato un periodo estremamente stressante e doloroso, che si è protratto per diversi mesi, pur con un graduale ritorno verso una “normalità” che ad oggi non è stata ancora del tutto raggiunta.

Un’organizzazione ed esperienze del tutto diverse hanno invece caratterizzato la REMS di Bologna, che accoglie in “misura di sicurezza detentiva” fino a 14 pazienti psichiatrici autori di reato, giudicati incapaci di intendere o volere al momento del fatto e socialmente pericolosi. La REMS è di fatto una struttura di tipo comunitario alloggiata in una ex casa colonica ristrutturata nel 2015, sia pur circondata da una recinzione sormontata da una “concertina” di filo spinato.

Qui le attività riabilitative individuali e di gruppo sono molteplici, molti pazienti sono autorizzati dall’Autorità Giudiziaria ad uscire sia pur con l’accompagnamento degli operatori, e circa la metà svolge attività di tirocinio formativo o di studio all’esterno. Il trattamento è integrato ed orientato alla recovery, e tiene conto delle esperienze traumatiche che caratterizzano i percorsi di vita di gran parte delle persone che hanno poi compiuto reati. Le attività riabilitative spaziano dal social skill training al corso di scacchi (con Istruttore della Federazione Scacchistica Italiana) ed alla pet therapy, e sono tutte finalizzate allo sviluppo di capacità relazionali, comunicative, cognitive ed abilità utili al reinserimento nel tessuto sociale.

Chiaramente la maggior parte delle attività riabilitative è stata sospesa nei momenti di Lock-down. In quei periodi le videochiamate hanno preso quasi completamente il posto dei colloqui coi familiari, ma si è cercato di garantire un clima sereno favorendo attività ludiche nel rispetto delle misure per prevenire il contagio. Si sono riorganizzati gli spazi abitativi affinché tutti i pazienti fossero in camera singola.

Con la “seconda ondata” di COVID-19, nel novembre-dicembre del 2020, abbiamo avuto un piccolo focolaio anche in REMS: tre operatori si sono ammalati (uno è stato anche ricoverato in ospedale, ma ora per fortuna sta bene) e tre pazienti sono risultati positivi, ma asintomatici. Ora si tutto risolto, e pochi giorni fa i tamponi effettuati a tappeto ci hanno confermato che non ci sono positivi.

Certo l’atmosfera è diversa rispetto agli anni precedenti alla pandemia: tutti dobbiamo prestare la massima attenzione, fra mascherine, distanziamento sociale e controlli quotidiani della temperatura. Abbiamo iniziato il 2021 con la speranza di poterci lasciare tutto questo alle spalle.




 

Marco Cavallo - simbolo della chiusura dei manicomi

La Terra Santa

...quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno...

Versi tratti da "La Terra Santa"
di Alda Merini
Una raccolta di poesie che l'autrice scrisse quando era rinchiusa nel manicomio Paolo  Pini, di Milano.

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