Anche a Bologna il fenomeno degli HIKIKOMORI

a cura di Daniele Collina

Hikikomori, letteralmente "stare in disparte, isolarsi” è un termine giapponese usato per riferirsi a coloro che hanno scelto di ritirarsi dalla vita sociale, spesso cercando livelli estremi di isolamento. Il fenomeno, che è stato appunto etichettato per la prima volta in Giappone dalla seconda metà degli anni ottanta, ha incominciato a diffondersi negli anni duemila anche negli Stati Uniti e in Europa.


Questa manifestazione di disagio, soprattutto adolescenziale anche se in Giappone interessa pure adulti che hanno perso il lavoro o non sono soddisfatti della vita che conducono, è un fenomeno relativamente recente in Italia. Difficile, se non impossibile, qualsiasi confronto con il Giappone dove vi è una cultura radicalmente diversa, basata su una competizione sociale molto elevata.
Hikikomori Hiasuki 2004Abbiamo intervistato la Prof.ssa Bruna Zani, presidente dell’Istituzione Gian Franco Minguzzi della Città Metropolitana di Bologna, in previsione di un seminario di tre giornate dal titolo “Il fenomeno degli Hikikomori” che si terrà a partire dal 6 marzo presso la Sala XX maggio 2012 in viale della Fiera, 8 e nella Sala Auditorium in Viale Aldo Moro, 18 a Bologna (qua il Programma)

Bruna Zani ci ha parlato di una indagine condotta, tra marzo e aprile 2018, dall'Ufficio scolastico regionale in cui veniva chiesto ai docenti delle scuole di segnalare alunni assenti da molto tempo. “Da questa indagine sono risultati interessati da comportamenti simili a quelli degli Hikikomori Giapponesi 346 studenti nella Regione Emilia Romagna, di cui 90-100 nell’area di Bologna. Da notare che questa indagine non tiene conto dei ragazzi non iscritti alle scuole, in quanto l’obbligo di frequenza vale fino ai 16 anni. Quindi i numeri reali potrebbero essere anche più elevati.” Altro dato rilevante è che spesso i ragazzi interessati non sono studenti con scarsi risultati scolastici ma hanno invece buoni voti. Semplicemente ad un certo punto non riescono più a sostenere la “competizione” scolastica.
“Su sollecitazione della Conferenza Territoriale Sociale e Sanitaria metropolitana" ci dice Bruna Zani, “l'Istituzione Gian Franco Minguzzi ha organizzato un ciclo di tre seminari, con la finalità di approfondire il tema e fornire strumenti di conoscenza del fenomeno e di intervento attraverso la presentazione di esperienze di lavoro a livello locale e nazionale”.

Uno dei problemi maggiori è come affrontare questo fenomeno. La tendenza è quella di non psichiatrizzare, ma di trattarlo dal punto di vista sociale e socio-educativo. In Italia vi sono diverse realtà le più importanti delle quali sono Associazione Hikikomori Italia, di Marco Crepaldi, Hikikomori Italia genitori e la Cooperativa Minotauro di Milano, quest’ultima con un taglio più psicoanalitico. Altra realtà importante è quella del gruppo Abele di Don Ciotti, che ha organizzato un percorso di accompagnamento della famiglia volto a rafforzare le competenze genitoriali. Chiaramente quando il ragazzo entra in contatto con queste associazioni o gruppi è già di per sé un passo in avanti rispetto all’isolamento autoimposto.
Per quanto riguarda il seminario bolognese Bruna Zani illustra le tre giornate. “Il primo seminario è rivolto agli insegnanti. I docenti vorrebbero sapere come individuare i primi segnali: ma quando gli studenti smettono di andare a scuola hanno già preso la loro decisione. Bisogna perciò capire quali sono le manifestazioni dell’insorgenza del problema. Infatti quale adolescente non si chiude in camera?”

Il secondo seminario è pensato per i servizi sociosanitari e socio educativi. Bruna Zani ciHikikomori by Galia Offri racconta che è importante capire come nasce questo disagio nei ragazzi. “L’adolescenza è un periodo di grandi cambiamenti, sia fisici che psicologici. Il corpo cambia, c’è il rischio di “vedersi brutto”, soprattutto in relazione agli standard imposti dai media e dai social. Il non piacersi porta al non volersi confrontare con gli altri, non reggere lo sguardo altrui e quindi a ritirarsi.” Molti di questi ragazzi usano internet ma non ne sono dipendenti. Si tratta di un fenomeno più maschile che femminile, dove i figli unici sono i soggetti più a rischio. Altro momento critico è il passaggio dalla scuola primaria a quella secondaria dal momento che cambiano i punti di riferimento (docenti, amici) e non si è soddisfatti delle novità. Altro fattore interessante è la trasversalità: infatti non sembra esserci un rapporto diretto con le condizioni economico-sociali della famiglia.

Il terzo seminario è incentrato sui genitori. “Spesso non sanno cosa fare, pensano che passerà, ma poi passano giorni mesi e il problema non si risolve. Solo allora si rivolgono ai docenti o agli psicologi.” Quali potrebbero essere alcune ipotesi per un rifiuto così radicale della vita sociale? Risponde Bruna Zani “A volte i genitori caricano il figlio di troppe aspettative. In alcuni casi hanno provato a mandare i docenti a casa per tentare di mettere a proprio agio il figlio, ma il ragazzo è barricato nella sua stanza, non li fa entrare”. Altro tentativo, apparentemente più dolce, è quello di far portare ai compagni i compiti o a ritirarli ma anche in questo caso non c’è un contatto diretto. L’isolamento è il guscio protettivo di un disagio verso il contatto con l’altro che inevitabilmente cresce.

Al ciclo di seminari hanno richiesto di partecipare operatori, docenti, famigliari in un numero tale che ha costretto gli organizzatori a cercare una sala più grande in cui tenere gli incontri. Interverranno tra gli altri Stefano Versari, Direttore Generale Ufficio scolastico regionale Emilia-Romagna, Stefano Costa - Neuropsichiatra infantile, Responsabile UOS Psichiatria e Psicoterapia dell'età evolutiva - AUSL Bologna e Angelo Fioritti - Direttore DSM Azienda USL di Bologna e Clede Garavini, garante dell’infanzia e dell’adolescenza della regione Emilia Romagna, nonché i rappresentanti delle associazioni prima citate.