I nomi del dolore

Diagnosi: parola di origine greca, utilizzata nella medicina antica con il significato di “riconoscimento”. Umberto Galimberti, Dizionario di psicologia

Cosa vuol dire per una persona ricevere una diagnosi? Sentirsi definito in base alla sua sofferenza, al nome del suo disturbo psichico – border, bipolare, schizofrenico?

Alcuni redattori e redattrici di Psicoradio riflettono sulla diagnosi dal punto di vista di chi le riceve e ci convive.

G. Io ho avuto varie diagnosi nella mia carriera psichiatrica, perdonatemi il termine, che a me è sempre molto caro. Ho iniziato circa 15 anni fa con la diagnosi di “disturbo bipolare dell’umore”, poi cambiando le cose e le situazioni sono arrivato ad un “disturbo della personalità” ed infine nell’ultimo ricovero i medici hanno parlato di “disturbo schizoaffettivo”.

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Psicofarmaci. Paure ed effetti collaterali

Intervista a Lidia Franchini

Lo psicofarmaco non è un medicinale come tutti gli altri: spesso chi deve prenderlo è combattuto, perché in preda a paure più o meno giustificate su dipendenza ed effetti collaterali. Psicoradio ha intervistato Lidia Franchini, psichiatra del DSM di Bologna.

La scoperta degli psicofarmaci ha cambiato la psichiatria?
L'arrivo degli psicofarmaci ha permesso di migliorare la qualità di vita e di relazione dei pazienti. La psichiatria, prima dell'avvento dei medicinali che sono stati scoperti casualmente all'inizio degli anni '50, era essenzialmente una psichiatria “custodialistica”. I manicomi sono nati soprattutto per custodire e mantenere in una situazione di controllo persone che a causa del loro disagio si riteneva non potessero avere alternative.

All’interno dei manicomi, prima degli psicofarmaci quali erano le terapie principali?
Prima dell'avvento degli psicofarmaci i pazienti venivano “trattati” con la camicia di forza, con l'elettroshock, e un po' più recentemente con l'insulino terapia.  L'elettroshock e l'insulino terapia sono continuati anche dopo l'avvento degli psicofarmaci. Secondo alcuni medici l'elettroshock può servire ancora oggi, in alcuni rari casi in cui non funzionano i farmaci.

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Chiedete aiuto!

a cura di Psicoradio

 

In questo articolo la madre di una ragazza che ha sofferto di anoressia racconta la sua vicenda. I nomi sono di nostra invenzione; di vero, la storia di una famiglia che è riuscita a superare una prova molto difficile,  e  che vuole offrire qualche consiglio - basato sull’esperienza - ai genitori di ragazze con disturbi alimentari.

 

Rosaria vive col marito e con Maria, la figlia, in un piccolo paese del sud Italia; la loro è una famiglia come tante.  Maria da adolescente ha amici, interessi, e i tipici contrasti dell’età con il padre e la madre. Vuole andare a studiare al nord e inseguire i suoi sogni, anche lontano dalla famiglia.

 

Ci sono momenti però in cui Rosaria vede che la figlia non mangia e si chiude in se stessa;  pensa che sia solo un problema passeggero, legato all’età.  “Mia figlia aveva 14-15 anni. Aveva difficoltà a mangiare. Allora si parlava ben poco di questi disturbi alimentari…  Pensavo che il suo rifiuto del cibo fosse una mania   adolescenziale. Passati un po’ di anni, ho capito che qualcosa non andava, ma quando me ne sono accorta davvero era un po’ tardi”.

 

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