Roberto Morgantini: un agitatore sociale in cucina

a cura di Federico Mascagni

Roberto Morgantini, detto dagli amici Morgan, come il pirata, è un signore dalla barba bianca e dal sorriso aperto che si è conquistato questo soprannome forse per la sua storia di consumato agitatore sociale: dall’impegno professionale nei sindacati alla tutela dei diritti dei migranti fino ad arrivare a un progetto, quello delle Cucine Popolari, che lo ha portato a essere insignito dell’ordine di Commendatore al merito della Repubblica italiana.

Morgantini
Le sue cucine non sono solo mense per i bisognosi ma veri luoghi di incontro fra chi si offre volontario e chi ha bisogno di fare quattro chiacchiere con gli abitanti della marginalità urbana. “Non c’è solo il povero, il disoccupato. Qui si affrontano le fragilità delle persone mettendo assieme condizioni diverse.” Il metodo di Morgantini si direbbe basato su una sorta di “shock di classe". La provocazione sta nel portare nel medesimo convivio imprenditori e senza dimora, iscritti alle associazioni di categoria e membri effettivi degli ultimi della città. “È interessante vedere come si sviluppa questo intreccio delle situazioni” dice il sardonico Morgan. I compagni di avventura in questo vascello che compie continue scorrerie nel sociale (per continuare la metafora picaresca) sono i volontari. Un collante fra visitatori e bisognosi senza il quale non ci sarebbe neanche una delle Cucine. E questo Roberto Morgantini lo sa benissimo, e tiene a premetterlo e sottolinearlo con gratitudine nei confronti di quanti si stanno battendo con lui.

Nel Quartiere Navile il 40% della composizione dei “nuclei familiari” è di una sola persona. “Questi non hanno necessariamente un problema economico, ma di mancanza di relazione” spiega Morgantini. “La mancanza di relazione può portare a diversi sbocchi e strade pericolose, e noi lavoriamo su questo. Fra questi abbiamo anche chi ha problemi di salute mentale.” E lavorando a stretto contatto con la marginalità, a qualunque ambito sia ascrivibile, si impara subito una cosa: “Non è che tutti i bisognosi siano buoni. Sono persone normalissime rispetto ai comportamenti che esprimono, vivendo con tutte le contraddizioni della condizione umana. È importante smussare gli angoli e trovare un modo di convivenza.”

Chi può diventare ospite delle cucine popolari? “Chi segnala le persone bisognose sono i servizi sociali del quartiere e le parrocchie.” E non si tratta di reddito ma di condizioni esistenziali particolari. Oltre queste segnalazioni, che potremmo definire di “bisogno assoluto”, cioè libero da qualsiasi categoria specifica, si affiancano le braccia dei cittadini volenterosi. “Di fatto quello che conta è che la cucina è aperta a tutti. Chi può frequentare le cucine è anche l’abitante del quartiere che può entrare a mangiare, stare con gli altri e lasciare un obolo.” E così nascono gli intrecci che auspicava all’inizio Roberto Morgantini e che si sono realizzati con casi anche eclatanti. Come il caso del frequentatore che conobbe un gruppo familiare iraniano con una bimba di tre anni che viveva in una casa occupata. “Se li è presi nella propria abitazione per tre mesi trovando un lavoro per il capofamiglia e un appartamento grazie alla CARITAS.” Oppure marito e moglie col marito che a casa aveva iniziato a non mangiare più nulla e che alle cucine ha ripreso a farlo. Chiacchierando con sconosciuti e facendo nuove amicizie.

Abbiamo infine creato una collaborazione col centro sociale adiacente che offre la colazione e consente di leggere i quotidiani ai nostri ospiti. Anche perché alcuni arrivano alle cucine già alle 9 e 30, 10 del mattino in attesa che arrivi l’ora di pranzo.” La Bologna alla quale Morgantini reagisce con il suo agire è una città ricca che ha perso riferimenti per costruire comunità. "Con l’aumento dell’età è difficile uscire dalla prigione che ci si crea. Il far vivere gli ospiti in una dimensione diversa permette di cancellare l’invisibilità. Per esempio: questa idea del sospeso che pratichiamo mutuata dalla cultura popolare napoletana, con il cibo sospeso, il libro sospeso, il teatro sospeso, il biglietto della partita della Fortitudo sospeso non è carità ma una solidarietà che è insita del singolo nella comunità.” È un gesto, sostiene Morgantini, che è molto più spontaneo e naturale di quanto si possa credere.

Infine due parole sulla struttura, nata anche in collaborazione con Giovanni Melli, presidente delle Cucine Popolari: “Abbiamo 180 volontari e alcuni in lista di attesa” selezionati attentamente fra coloro in grado di capire cosa sta vivendo in quel momento l’altro. In questo senso rientra anche la collaborazione con Maria Parracino dell’Associazione Cristina Gavioli, una delle associazioni del CUFO (Comitato Utenti Familiari Operatori della Salute Mentale). Oltre a un volontariato qualificato nei confronti delle persone afflitte da disturbi mentali, Maria e l’associazione hanno organizzato e organizzeranno pranzi e cene a tema. Ma Morgantini come vede il problema? “Il rapporto con la persona con disturbo mentale lo pongo sul piano del come intervenire. Non abbiamo tutti gli strumenti adatti per affrontarlo.” Sono soprattutto i Servizi Sociali attraverso la scheda di richiesta di “ospitalità” presso le cucine che segnalano eventuali disturbi psichici. E finora è ai Servizi che le Cucina Popolari hanno chiesto di intervenire quando ci sono state delle emergenze. C’è però bisogno di formazione per i volontari, e su questo Morgantini ha sempre lavorato tessendo rapporti con specialisti. Ma, a suo dire, c’è ancora bisogno di corsi per comprendere e affrontare i comportamenti e gli atteggiamenti degli ospiti. “All’inizio di solito chi entrava mangiava si alzava e andava via. Poi abbiamo creato tavoli da sei persone con un facilitatore che coinvolgeva i commensali.” Un ruolo che non è più necessario perché il processo delle relazioni è ormai consolidato e coinvolge i nuovi arrivati. “Noi abbiamo pochi strumenti di approfondimento” ammette Morgantini “e creare canali più strutturati nei confronti di chi svolge le attività di volontariato è fondamentale anche perché la turnazione è molto frequente. Contiamo sulla formazione e sull’approfondimento delle strutture che vorranno aiutarci”.

Abbiamo considerato il cibo sempre un mezzo non un fine. Un mezzo per ridare dignità, lavorare a tutto tondo. Vorremmo diventare uno sportello informativo dove dare indicazioni su come trovare lavoro, su come prendersi cura di sé stessi, creare una struttura funzionante di informazione sulla salute. Dentro c’è anche questo aspetto. E per questo allargare il segnale anche all’aspetto della salute mentale è importante.” Firmato Roberto “Morgan” Morgantini, l’agitatore sociale per eccellenza di Bologna.