Psichiatria e autori di reato: intervista con il dottor Angelo Fioritti

a cura di Federico Mascagni

Un’informazione sensazionalistica porta a fraintendere, ingigantire, deformare i problemi. Da tempo la parola insicurezza, simbolica di un disagio personale e collettivo, è molto frequente nelle pagine dei quotidiani e sulla bocca degli amministratori pubblici.

Fioritti

In realtà i dati sulla violenza vedono il numero degli omicidi in costante calo dal secondo dopoguerra a questa parte e continua a calare, ad eccezione di un lieve picco negli anni del terrorismo e delle guerre di mafia. In crescita invece gli omicidi intrafamiliari. In particolare per questi ultimi il linguaggio giornalistico ha usato spesso termini come raptus, follia e altri vocaboli generici e ormai svuotati di ogni contenuto scientifico. Per capire quanto effettivamente incidano i disturbi mentali sugli eventi criminosi abbiamo intervistato il dottor Angelo Fioritti, direttore del Dipartimento di Salute Mentale - Dipendenze Patologiche dell’AUSL di Bologna.

Dottor Fioritti, qual è l’interpretazione della malattia mentale da parte dell’istituzione giudiziaria?

Tradizionalmente l’infermità mentale era definita dall’incapacità di intendere e di volere, ovvero da persone che non erano in grado di interpretare correttamente la realtà, che avevano avuto una rottura con la lettura della realtà, come avviene per le persone con psicosi in uno stato acutamente allucinatorio. I reati da parte delle persone con questi disturbi sono andati calando, mentre nella nostra società è andato aumentando il numero di persone che “non si controllano”. Per motivi educativi, per l’uso di sostanze disinibenti, per modalità culturali che valorizzano la prestazione, l’intraprendenza e la trasgressione. A rigore questi non sono processi patologici in senso psichiatrico tradizionale, ma con frequenza sempre maggiore giudici e periti considerano gli autori di reati da discontrollo persone semi inferme o inferme. La comunità scientifica psichiatrica è abbastanza divisa su questo punto; ancora oggi quelli che fanno i periti nei tribunali sono persone che non fanno clinica. Vedono più l’esigenza di giustizia che l’esigenza di salute.”

Il problema sembra quindi essere causato da diagnosi fatte dai periti giudiziari che indicano impropriamente alcuni gesti criminali come frutto della malattia mentale. Con la conseguente equiparazione da parte dell’opinione pubblica fra malattia mentale e reati e, in secondo luogo, il conferimento a strutture della Salute Mentale di persone che non presentano sintomi di malattia mentale. Come intervenire?

La diagnosi oggi più frequente tra gli invii della magistratura è quella di disturbo di personalità, e la richiesta è quella di una struttura “contenitiva”. In realtà le nostre strutture psichiatriche hanno altre caratteristiche, cercano di andare incontro alle esigenze di cura di pazienti psicotici che hanno bisogno soprattutto di un clima sereno e di relazioni umane positive. Ma è anche vero che l’universo carcerario nei confronti delle persone con disturbo di personalità è in difficoltà, perché chi ha un disturbo di personalità è di solito più fragili degli altri detenuti, e il sovrannumero degli istituti carcerari crea condizioni di forte disagio.”

Come possono intervenire i Centri di Salute Mentale?

Per alcuni degli autori di reato la misura può essere quella di seguire dei percorsi ambulatoriali-territoriali. A volte invece arrivano con il programma già deciso dal perito, ma possiamo intervenire inviando relazioni per chiedere revisioni della terapia. Un uso inappropriato delle strutture a volte significa anche inefficacia del trattamento.”

C’è un intervento delle altre istituzioni?

Ci sono circolari del Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria che chiedono l’istituzione di strutture psichiatriche apposite. Le carceri sono di nuovo sopra i 60.000 detenuti ed è molto difficile fare terapia in un luogo afflittivo. Fare cura all’interno di un luogo che commina una pena porta con sé delle contraddizioni e le esperienze in merito sono complesse.”

Come intervenire?

Bisogna distinguere ciò che è curativo da ciò che è educativo. Punire ed educare con strumenti sanitari non è corretto. La parola riabilitazione è ambigua perché dal punto di vista penitenziario vuole dire rivedere i comportamenti rendendoli sociali da antisociali. Un terrorista riabilitato è un terrorista pentito. Ma in psichiatrica la riabilitazione è la riacquisizione di competenze sociali come sapersi lavare, sapersi vestire, sapere prendere un autobus. Ci si aspetta invece che si corregga in senso sociale. La battaglia da condurre a livello giudiziario passa dalla diagnostica. Esiste una variabilità fra medici nel fare le diagnosi e siamo lontani dall’avere una diagnostica funzionale; la dimensione giuridica prevale ancora su quella clinica. L’obiettivo è di non saturare alcuni settori del Dipartimento di Salute Mentale con casi giudiziari che non sono dovuti a un aumento epidemiologico della malattia mentale, ma a dei criteri e a delle normative giuridiche.”