La qualità percepita nelle residenze

a cura di Federico Mascagni

Doveva essere un questionario per indagare per la prima volta il livello di soddisfazione sulla qualità percepita nelle residenze da parte degli utenti, dei familiari, ma anche dagli operatori, psichiatri, psicologi, psicoterapeuti, educatori, infermieri. Era stato commissionato dal Comitato Utenti Familiari e Operatori della Salute Mentale di Bologna d’accordo con il direttore del Dipartimento di Salute Mentale dott. Angelo Fioritti. Si è invece trasformato in un’analisi approfondita sul mondo della Salute Mentale.

Qualit percepita

Anche nella sola fase di costruzione del questionario ci siamo accorti che avevamo inserito delle domande che con la qualità percepita non c’entravano niente. Avevano a che fare più con le condizioni di chi è a vario titolo dentro la Salute Mentale. Esprimevano le necessità implicita del gruppo: la necessità di fare emergere dei problemi che c’erano e di cui non si parlava. A parlare dello sviluppo inaspettato, della necessità di allargare il campo della discussione è Livia Franchini, medico psichiatra responsabile dei percorsi Riabilitativi Residenziali.

Fin da subito si è profilato come un gruppo di pari, con due rappresentanti dei familiari, due degli utenti, tre degli operatori, due delle cooperative che lavorano nelle residenze e la referente della UOC (Unità Operativa Complessa) Qualità dell’Azienda USL che ha insegnato come lavorare. Insieme abbiamo deciso un metodo, insieme abbiamo prima pensato alle domande, quali argomenti volevamo trattare, insieme abbiamo costruito il questionario.

Una volta divisi in gruppi siamo andati direttamente nelle residenze. I rappresentanti dei familiari parlavano coi familiari, quelli degli utenti con gli utenti e così via. Abbiamo scelto di cominciare dalle residenze estensive. Col procedere del lavoro gli spunti emersi erano talmente tanti che l’obiettivo è diventato diverso: dall’osservazione alla costruzione di percorsi di miglioramento.

Quali sono le residenze che sono state scelte per la somministrazione dei questionari? “Le strutture sono le residenze Luna Nuova, Villa Bianconi, Villa Mantovani, Gaibola e la Comunità alloggio Olmetola. Accolgono utenti con patologie medio-gravi che vengono inseriti per progettare percorsi di miglioramento di recupero e di autonomie. All’interno c’è uno spettro delle persone che sono state male e che devono recuperare il rapporto con il lavoro, le relazioni. Poi chi ha un rapporto lungo con la malattia che ha bisogno di una qualità della vita migliore. I tempi di permanenza sono di due anni più uno suppletivo se necessario. Ultimamente capita che si arrivi anche ai quattro anni. Un buon risultato visto che una volta i tempi di permanenza si attestavano sui dodici o tredici anni.” È lo spirito del metodo intensivo, il tentativo cioè di ottenere il massimo risultato nel minore tempo possibile al fine di reinserire nella comunità gli utenti. “Chi entra in una Residenza Terapeutico Riabilitativa (RTR) segue un percorso individualizzato che, in alcuni, casi prevede anche l’inserimento in un tirocinio formativo”


Molte cose nel tempo sono cambiate. “Dentro le strutture prima del trattamento intensivo c’era la possibilità di cronicizzazione della malattia. Ora se hai superato i 65 anni e sei rimasto utente psichiatrico passi alle strutture per anziani.” Ma anche questo passa attraverso il fondamento del diritto di scelta individuale, che può anche sorprendere. Ci sono persone anziane che reclamano il diritto a pensionarsi. Accettano la loro condizione, non intendono sottoporsi a ulteriori stress per un miglioramento non necessariamente garantito.” Anche questo è un successo, perché si tratta di autodeterminazione: tutto ciò che proviene da esigenze, decisioni, riflessioni consapevoli dell’utente va rispettato.

Altri risultati dell’indagine li racconta Giovanni Romagnani, utente ed Esperto in Supporto tra Pari, partecipante fondamentale del tavolo per svelare anche i lati forse meno accessibili delle Residenze, cioè la vita degli ospiti. Grazie a lui sono emersi temi inediti e gravi come i furti, lo spaccio e l’uso di sostanze.Personalmente ho ragionato molto sulla percezione del tempo, che nelle strutture non passa mai, e la mancanza di attività che riempiano la giornata e portino alla recovery. Se hai un permesso ma stai in cima a un colle hai difficoltà ad andare a prendere un caffè in un bar.

Romagnani reclama anche un rapporto tuttora sfalsato fra operatori e utenti, che lede anche la dignità del ricoverato. “È meglio una brutta verità che una bella bugia. Ci sono persone a cui non vengono detti i tempi di permanenza” e punta il dito anche sulla percezione che, sempre della dignità dell’utente, hanno alcuni familiari. “Esiste una scarsa consapevolezza sulle reali priorità di chi è nelle strutture. La maglietta sporca, l’abbigliamento decente non può essere la prima necessità per il paziente. Le priorità devono essere condivise fra familiari, utenti e operatori e vanno esplicitate.”

Insomma, un lavoro complessivo quello della Qualità Percepita che Romagnani definisce studiato con garbo, con delicatezza, e con l’idea di semplificare il processo di compilazione, con la ricerca di domande facilmente comprensibili. Obiettivo: valutare le possibilità già presenti per attuare poi delle migliorie.Non accetto più l’atteggiamento di chi dice qua non funziona nulla” conclude Romagnani “ci vuole un’ottica costruttiva. Non è vero che non c’è niente nella Salute Mentale. Esistono strutture come la biblioteca Minguzzi, una rete importante di associazioni con le attività correlate. Questo lavoro è entrato nello specifico rompendo la generalizzazioni.”